All’Ue piace l’idea tedesca per far contribuire gli immigrati alla crescita
La gestione dell’immigrazione è oramai una delle più importanti leve di politica economica dei paesi avanzati, tanto quanto – per fare un esempio – la rimodulazione delle tasse o la scelta di promuovere le liberalizzazioni. Gli Stati Uniti lo sanno piuttosto bene, l’Europa lo ha capito soltanto con la crisi e – come avvenuto per moneta unica, rigore fiscale e strategie per la crescita – la Germania si candida a guidare la svolta nel Vecchio continente. E’ questa una delle conclusioni di un rapporto finanziato dalla Commissione europea che sarà pubblicato nelle prossime settimane, al quale hanno lavorato alcuni tra i massimi studiosi del fenomeno migratorio, tra cui il francese Philippe Fargues e gli analisti dello European University Institute e Demetrios Papademetriou per lo statunitense Migration Policy Institute.
9 AGO 20

La gestione dell’immigrazione è oramai una delle più importanti leve di politica economica dei paesi avanzati, tanto quanto – per fare un esempio – la rimodulazione delle tasse o la scelta di promuovere le liberalizzazioni. Gli Stati Uniti lo sanno piuttosto bene, l’Europa lo ha capito soltanto con la crisi e – come avvenuto per moneta unica, rigore fiscale e strategie per la crescita – la Germania si candida a guidare la svolta nel Vecchio continente. E’ questa una delle conclusioni di un rapporto finanziato dalla Commissione europea che sarà pubblicato nelle prossime settimane, al quale hanno lavorato alcuni tra i massimi studiosi del fenomeno migratorio, tra cui il francese Philippe Fargues e gli analisti dello European University Institute e Demetrios Papademetriou per lo statunitense Migration Policy Institute.
“L’immigrazione è una componente significativa di ogni strategia che abbia l’obiettivo di rilanciare la crescita e la competitività”, si legge nelle bozze del rapporto finale discusso la scorsa settimana a Bruxelles in un seminario a porte chiuse. Innalzamento dell’età pensionabile, incentivi per accrescere la partecipazione al mercato del lavoro e investimenti per aumentare la produttività degli occupati sono infatti strategie imprescindibili per risolvere i problemi posti dall’invecchiamento dell’Europa, hanno ribadito anche fonti della Commissione di Bruxelles, ma tutto ciò non basta. Considerato che oggi “gli immigrati costituiscono oltre il 10 per cento della popolazione nella maggior parte degli stati membri dell’Ue e il 12,5 per cento della popolazione statunitense”, gli analisti delle due sponde dell’Atlantico suggeriscono in particolare tre strategie per “facilitare il contributo” dei nuovi arrivati all’economia locale: primo, la creazione di percorsi burocratici e amministrativi snelli e chiari, che consentano ai lavoratori più integrati nella società ospite di passare facilmente dal visto temporaneo a quello permanente; secondo, i governi dovrebbero elaborare strategie per “un coinvolgimento costruttivo dei datori di lavoro nel sistema dell’immigrazione”, offrendogli un ruolo maggiore nella selezione di lavoratori stranieri; terzo, occorre introdurre percorsi privilegiati per l’immigrazione dei lavoratori altamente qualificati, ovvero di quegli stranieri che contribuiscono in modo più significativo al pil e alla competitività dei paesi di destinazione.
E’ in particolare su quest’ultimo dossier che l’Ue dovrà recuperare terreno rispetto ad altre aree del pianeta. Finora lavoratori laureati, scienziati, ricercatori, top manager e grandi imprenditori, hanno preferito di gran lunga paesi come gli Stati Uniti, l’Australia e il Canada per iniziare una nuova vita, e non solo per le maggiori possibilità di usare la lingua inglese. La direttiva “Blue Card” del maggio 2009, che proprio in queste settimane dovrà essere tradotta negli ordinamenti nazionali dagli stati membri, è il primo tentativo compiuto da Bruxelles per competere con il sistema a stelle e strisce della “Green Card” e attirare talenti globali. Ma nel Vecchio continente è la Germania finora ad aver investito di più sulle potenzialità sviluppiste dell’immigrazione, a partire dall’introduzione della “Green Card Initiative”, nel 2000, che in cinque anni ha garantito l’emissione di 18.000 permessi destinati a personale extra comunitario del settore dell’information technology.
L’idea di “riorganizzare le politiche dell’immigrazione in base a obiettivi economici” è rimasta anche nelle leggi che sono venute dopo, come spiega al Foglio uno dei partecipanti del seminario di Bruxelles, Hans Dietrich von Loeffelholz, capo economista dell’Ufficio federale tedesco per l’immigrazione e i rifugiati. In quest’ottica, perfino l’integrazione dei nuovi arrivati va perseguita, oltre che per ragioni di coesione sociale, per rendere più efficiente il mercato del lavoro. Tra 2005 e 2010 il governo federale di Berlino ha distribuito voucher a 600 mila immigrati per partecipare a corsi di lingua, cultura e orientamento, e poi sostenere un esame statale. Costo dell’operazione: 1 miliardo di euro. Comunque meno, spiega Von Loeffelholz, delle risorse che sarebbero andate sprecate – tra sussidi alla disoccupazione e tensioni sociali – a causa della mancata integrazione. “La Germania negli ultimi anni si è concentrata più che nel passato per limitare e gestire l’immigrazione in base agli interessi della propria economia e del proprio mercato del lavoro. Abbiamo iniziato nel 2000 – ricorda Von Loeffelholz – dopo aver osservato la spinta che il business della new economy aveva dato al ciclo economico tedesco”. La crisi globale del 2008-2009 secondo il governo ha confermato che anche le sfide di lungo termine – dalla produttività agli squilibri demografici – possono essere affrontate con un’accorta politica dell’immigrazione. Se l’Europa segue su questa strada, tanto meglio: “E’ nell’interesse di tutti gli stati membri – conclude Von Loeffelholz – in particolare in un ambiente reso sempre più competitivo dall’avanzata dei paesi Bric (Brasile, Russia, India, Cina) e della Turchia”.